Da Campiglia a Portovenere

Ha imparato a mettere ordine. Nelle valigie, in dispensa, sulla sedia che raccoglie i vestiti della giornata – quando si è troppo stanchi per metterli nel mucchio di quelli che aspettano la lavatrice – tra le idee che sempre provano a fuggire via.

La lontananza all’inizio è uno spillo, un coltello senza rispetto. E più è il sangue dei ricordi, più ne gode.

La lontananza serve anche a questo. All’inizio è uno spillo, un coltello senza rispetto delle giornate, dei pensieri, dei progetti. Si pianta addosso e addosso rimane e più è il sangue nei ricordi, più ne gode. Accade di trovarla in una tazzina di caffè, nel profumo caldo della primavera, nel tatuaggio azzurro di una giornata di sole stampata sopra il cielo. All’inizio è così: le mani si infilano tra quello che manca.

Poi si cresce, perché non si può fare altro e perché ci si prende gusto. Lo spazio intorno non è più vuoto, ma respiro. La lontananza diventa quello che puoi essere. Anche se a volte tutto si riempie di malinconia, è più facile da lontano chiedersi davvero quello che si vuole essere.

Nella lontananza, lui ha imparato a essere ordinato, a essere grande. A quello che si è lasciato dietro ogni tanto pensa, ma non gli manca più, perché erano cose che gli appartenevano in passato e il passato non lo perdi mai.

Una sola cosa mi manca” questo lo confessa. “Il sentiero che da Campiglia scende a Porto Venere mi manca proprio. Tornerei solo per quello.

la foto è di Leonardo Lupi